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Falsi successi e finti flop

Veniamo da una stagione cinematografica in cui la commedia sembra essere diventato l’unico genere redditizio al boxoffice italiano. I cosiddetti film d’autore che, fino a pochi anni fa, riuscivano a racimolare una manciata di milioni di euro, adesso, nei casi migliori, che riguardano peraltro solo i registi più affermati, raramente superano il milione e mezzo. Ma se andiamo a guardare aldilà delle classifiche d’incassi è l’intero mercato dei film in sala a patire nel nostro Paese.

In questo mese di settembre gli incassi sono scesi del 23% rispetto all’anno scorso, e negli otto mesi precedenti del 9%. I film d’essai vengono smontati in media dopo tre settimane e una parte dei grossi incassi sono frutto di strategie commerciali “ prendi i soldi e scappa” che consistono nel bombardare le sale con 500 copie per monetizzare in 3 settimane e poi sparire. Questo fenomeno riguarda, significativamente, le commedie vecchio stile: cinepanettoni, Vanzina ed emuli. Laddove, commedie più contemporanee e al passo con i tempi, di registi e scrittori più giovani, come “Nessuno mi può giudicare” o “Benvenuti al sud”, non temono esposizioni di lunga durata potendo contare su un reale gradimento del pubblico.

L'analisi della media per copia (il rapporto tra copie distribuite per ciascun film e i suoi incassi)  racconta una storia diversa da quella che afferma che solo le ammucchiate dei comici sono capaci di essere redditizie in sala.

Le commedie italiane vecchio stile, trionfanti al botteghino, sono quasi sempre un successo fasullo imposto al pubblico dai grandi distributori. Se si va a guardare la media copia, l’ultimo film dei Vanzina è andato peggio dell’ultimo film di Cronenberg.

Sempre badando alla media copia si scopre che opere prime italiane come “ Una vita tranquilla” di Claudio Cupellini o “Corpo celeste” di Alice Rohrwacher, non sono andate affatto male e, qualora fossero state sostenute più a lungo e con più copie, avrebbero fatto degli incassi significativi. La qualità, se ci si dedica attenzione, paga.

L’incontro tra domanda e offerta in Italia è inefficiente perché viziato da strategie commerciali miopi e arretrate e dominato da logiche monopolistiche per cui l’innovazione consiste solo nell’ affermare la centralità dei multiplex per lo sfruttamento massiccio e immediato di film smaccatamente commerciali. Una logica mirata a fare cassa in tempi rapidi, senza pensare a coltivare un pubblico per il futuro prossimo. E’ come pescare con le bombe. Si monetizzano grossi incassi nell’immediato ma si distrugge l’ambiente impedendo sfruttamenti piu’ diversificati e duraturi.

Come pensa di affrontare il  declino in sala dei suoi prodotti tipici il più potente dei distributori italiani Aurelio De Laurentiis? L’ha spiegato ieri al Napoli Film Festival: con il diffondere i cinepanettoni contemporaneamente in sala e on line, facendoli pagare il triplo per la visione casalinga! E’ un progetto velleitario che ignora le dinamiche della rete ma proviene da chi è abbastanza intelligente da capire che il mercato sala, così com’è, non funziona più.

Lo sfruttamento dei film nei circuiti minori delle sale cittadine rappresenta l’altra faccia del problema. Certamente ci vorrebbe una politica culturale di sostegno per modernizzare le sale cittadine a vocazione d’essai. Bisogna tuttavia aggiungere che gli esercenti dovrebbero guardarsi intorno e trovare nuovi modi per attirare il proprio pubblico, cambiando la mentalità da boutique di quartiere che li ha caratterizzati fino ad ora, magari facendosi consigliare da qualcuno sotto i sessant’anni.

Tra film imposti “militarmente” a colpi di 500 copie e timide operazioni d’autore che non ripagano il costo di lancio, c’è infatti tutto un terreno inesplorato che potrebbe rinvigorire il comparto sala d'essai. Fatto di decine di film stranieri premiati all’estero che non hanno diffusione in Italia, di classici da rivedere sul grande schermo, di film in lingua originale sottotitolati: prodotti attorno a cui allestire dei luoghi dove è piacevole anche stare, sedersi a parlare e consumare, poli d’aggregazione culturale da arricchire con piccoli eventi e incontri con personalità del cinema, da promuovere attraverso i social media.

La valorizzazione dei film solo come eventi da centro commerciale conduce al disinteresse del pubblico per il Cinema come forma d’espressione artistica specifica e modalità di intrattenimento con le sue peculiarità, i suoi miti, la sua aura. Porta al rendere indifferenti, se non diffidenti del Cinema le giovani generazioni di spettatori.

Questa deriva non è un evento “naturale” a cui bisogna rassegnarsi, un segno dell’evoluzione dei tempi e dei media. Sarebbe solo il frutto dell’ignoranza e dell’immediato tornaconto di pochi che costerebbe a molti una fonte di ricchezza economica e culturale importante.

Superare la logica dei blocchi da guerra fredda, spezzare l’incantesimo che ci fa credere che esista solo il popolare commerciale e l’ alternativo d’elite, la balla che ci è stata propinata in questi anni da vecchi interessi apparentemente contrapposti, è il solo modo per guardare al futuro del cinema con fiducia.