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Se si vuole la crescita largo al “Quinto Stato”.

C'è un nodo centrale da sciogliere se si vuol dare a questo Paese la possibilità di ripartire sulla via della crescita e dello sviluppo. Questo nodo è la riforma delle discipline che regolano il mercato del lavoro. Sul tema, governo, parti sociali, forze politiche hanno iniziato un dibattito che parte da un' impostazione sbagliata: la contrapposizione tra lavoro dipendente a tempo indeterminato, visto come valore positivo assoluto, e le altre forme di lavoro a tempo determinato e indipendente, viste come il valore negativo, una disgrazia da evitare foriera di precarietà e deriva sociale. Le cose nel secondo decennio del ventunesimo secolo non stanno più così. Ce lo dimostrano i milioni di lavoratori indipendenti italiani, i cosidetti autonomi di seconda generazione o lavoratori della conoscenza. Professionisti dalle competenze specifiche che operano come consulenti di aziende private e pubbliche soprattutto nei settori di maggior crescita. Una forza lavoro flessibile per scelta, innovativa per vocazione, precaria e insicura solo a causa della mancanza di considerazione giuridica dello Stato dettata da una visione vecchia del mercato del lavoro. Questi lavoratori incontrano perfettamente le esigenze di flessibilità e dinamicità che servono alle imprese per accettare le sfide del mercato globalizzato. Sono un elemento cruciale per lo sviluppo. Eppure sono i meno riconosciuti e i più vessati e penalizzati dall'attuale disciplina del lavoro italiana. Forzati della partita IVA, sono costretti da norme vetuste, improntate alle esigenze della società fordista e alla visione corporativo medievale dei lavoratori autonomi, ad un regime fiscale e lavorativo penalizzante che gli chiede una quota contributiva INPS del 28% sui compensi o gli impone di pagare l'Irap considerando un individuo che offre le proprie competenze, una microimpresa. Sono tutte forze fresche ed al passo con i tempi, aggiornate ai mutamenti attraverso la rete che usano per lavorare e fare sistema. Qualcuno ha parlato di "quinto stato". Forze giovani e creative che potrebbero fare la differenza nella competizione globale e che invece sono represse dalla vecchia cultura del lavoro italiana espressione di interessi che spesso difendono solo rendite di posizione all'interno del mondo imprenditoriale come tra le rappresentanze sindacali. Queste forze tradizionali adesso stanno impostando il dibattito sulla riforma del lavoro. Ad opporsi solo pochi illuminati studiosi ed economisti o associazioni come ACTA: un'organizzazione che meritevolmente rappresenta gli interessi dei lavoratori indipendenti. La soluzione vincente che garantisca sicurezza e opportunità ai lavoratori di oggi e di domani non sta nell'anacronistico tentativo di rendere tutti stabili con contratti a tempo indeterminato o rendere tutti precari alla mercè delle volubili esigenze delle imprese, che spesso si rifanno dei mancati profitti, dovuti all'incapacità dei manager, sui lavoratori. La soluzione sta nel dare maggiori tutele e garanzie ai tempi determinati, accettandoli come la norma di un mercato globalizzato postfordista, al contempo liberando dal giogo di una normativa miope ed ingiusta i lavoratori indipendenti. Insomma adottare un approccio moderno nell'affrontare la riforma del mercato del lavoro che premi chi può dare di più alla crescita del Paese. Una terza via, tra le usurate parole d'ordine della vecchia impresa e del vecchio sindacato, che questo governo, chiamato a salvare l'Italia, non può lasciare intentata.