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Una riforma per i lavoratori del futuro

Come indicato da questo giornale nel suo manifesto per la cultura, la possibilità per l’Italia di far ripartire lo sviluppo economico è legata agli investimenti in ambito culturale, nella creatività e nella ricerca. Nel mercato globalizzato la qualità dei prodotti creativi, la distinzione del marchio, l’originalità dell’idea sono ancora dei valori spendibili.

Nel giudicare la riforma del mercato del lavoro proposta dal governo bisogna valutare anche quanto essa sia adatta nel creare sviluppo e crescita in questo comparto. Quanto essa sia attenta nel valorizzare quelle forme di lavoro contemporaneo atte alla produzione e creazione di beni immateriali. Quanto possa aiutare la crescita e l’integrazione nel mondo del lavoro dei cosiddetti lavoratori della conoscenza.

Volta a ridurre le distanze tra lavoratori garantiti e lavoratori precari  la riforma sembra improntata a confermare il lavoro dipendente subordinato come fulcro del sistema, facendone l’obiettivo ideale a cui ogni lavoratore deve tendere, quello che garantisce maggiore equità sociale ed efficienza economica all'intero sistema.

Questo porta a non considerare adeguatamente le esigenze e le potenzialità dei lavoratori indipendenti. Adottando delle misure che, nel tentativo di disincentivare l’uso dei contratti a progetto o il ricorso a consulenti con partita Iva, discriminano di fatto centinaia di migliaia di lavoratori.

I lavoratori parasubordinati o indipendenti non solo non si ritrovano considerati nelle tutele previste per la disoccupazione ma vengono gravati da contributi previdenziali crescenti che, ironia della sorte, andranno a coprire le indennità di disoccupazione dei dipendenti.

Poca equità dunque per una parte consistente di giovani ma anche poca efficienza perché non è tanto e non è solo per risparmiare che le imprese ricorrono a rapporti di lavoro non subordinato. Lo fanno perché spesso nei settori più dinamici, nelle iniziative imprenditoriali più al passo con i tempi, è l’unico modo per lavorare in maniera proficua ed efficiente.

Questa mancanza di considerazione dei cosiddetti lavoratori atipici, che sarebbe ora di chiamare indipendenti, verte su una visione novecentesca che vede il lavoro dipendente come il perno del sistema industriale. Ma è proprio ancora così? Quello che è ancora vero per i settori tradizionali dell’industria manifatturiera non lo è più per i settori di produzione, elaborazione e creazione di contenuti culturali o per quella marea di imprese social-ricreative che vengono dalla rete. Esattamente quei campi in cui bisognerebbe investire per il futuro dei giovani.

Penalizzare la flessibilità buona, la intrinseca plasticità dei rapporti di lavoro in questo ambito, emarginarla e disincentivarla, invece di riconoscerla e regolarla, vuol dire forse perdere l’ultimo treno per accettare la sfida della modernità.

Credo che questo errore, oltre ad una mancata considerazione delle rappresentanze del lavoro indipendente in sede di trattativa, sia stato dovuto paradossalmente proprio dalle buone intenzioni e all’aspirazione di equità del ministro Fornero. L’aver privilegiato il lavoro dipendente a scapito dei rapporti di lavori atipici è dovuto alla sua giusta preoccupazione che questi possano nascondere situazioni di sfruttamento. E’ certamente vero che le partite iva e i contratti a progetto si sono prestate e si prestano ad abusi, ma inquadrare queste tipologie di lavoro flessibile solo dal punto di vista dell’abuso vuol dire commettere lo stesso errore di coloro che avversano gli investimenti nelle opere pubbliche perché li vedono come inevitabile ricettacolo del malaffare. Non si possono soffocare delle articolazioni di lavoro, che il mercato plasma a seconda delle sue esigenze e in cui molti lavoratori dimostrano di sentirsi a loro agio, perché esistono degli abusi. Sono questi che vanno individuati e perseguiti. E per farlo vanno stabiliti dei criteri presuntivi stringenti.

L’abuso è evidente quando viene usato un regime atipico ma la natura del lavoro richiesto, il modo in cui si esplica, i rischi che esso comporta lo renderebbe contrattualmente inquadrabile in una categoria tradizionale già ampiamente prevista che presenta maggiori garanzie per il lavoratore. Il muratore con la partita iva è un abuso evidente. Non lo è il creatore di siti web o il consulente di festival cinematografici o il traduttore di testi.

Con l’approfondire e precisare le circostanze che fanno presumere l’abuso si possono  contrastare le false partite Iva senza penalizzare quelle vere, si possono distinguere i contratti a progetto motivati da quelli pretestuosi. Il regime di adesso li presume tali a prescindere e ne rende più onerosa e difficile l’utilizzazione per le aziende facendone gravare un peso contributivo crescente sui lavoratori. Una sorta di penitenza per quella che viene vista come una trasgressione e non un’opportunità.    

In altre parole può essere preservata la ragione meritoria per cui il ministro Fornero ha approntato la riforma senza colpire indistintamente quei lavoratori indipendenti che, per propria volontà e per la natura peculiare del lavoro che svolgono, possono funzionare e guadagnare meglio in ambito di rapporti di lavoro non subordinato.

Altrimenti, con l’antiquata presunzione che l’unico lavoro buono è il lavoro dipendente, c’è il rischio di ritrovarsi in un prossimo futuro con un mercato del lavoro polarizzato in due tronconi: da una parte una marea sterminata di working poor indipendenti, senza tutele e garanzie, dall’altra i “fortunati” dipendenti che, sotto la minaccia dei licenziamenti divenuti piu’ facili, sono disposti a sottoporsi allo sfruttamento più brutale pur di rimanere nella cittadella dei garantiti.  Questo non solo sarebbe iniquo ma non porterebbe il nostro Paese ad adeguarsi alle sfide della modernità soprattutto nell’ambito della produzione e offerta culturale, antica vocazione e nuova frontiera per centinaia di migliaia di lavoratori italiani.