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Il buon padre

In quest’epoca carente di padri e piena di padrini, tutor, guru, sponsor e protettori esistono, di solito trascurati dai media, degli esempi di buona paternità, degli uomini capaci, con il loro esempio e il loro insegnamento, di suggerire degli strumenti per interpretare il mondo e delle pratiche per affrontarlo.

Tra questi c’è Gianni Amelio, in questi giorni in sala con uno dei film migliori della sua lunga carriera: “ Il primo uomo”, tratto dal romanzo postumo di Albert Camus. Un film rifiutato dal festival di Venezia, trascurato dalla propria casa di distribuzione che, solo sul passaparola del pubblico, sta ottenendo un discreto e significativo riscontro al botteghino.

Gianni Amelio, qualche giorno fa è stato ospite del “Kino” : il cineclub romano messo in piedi da un gruppo di appassionati cinefili, tra cui alcuni sceneggiatori, registi e produttori a cui si devono le poche cose belle del nostro cinema attuale. Un luogo dove il piacere di stare insieme e quello di vedersi dei buoni film vanno di pari passo.

Amelio al “Kino” si è trovato davanti ad una platea a lui congeniale, composta da studenti che stimolano la sua vocazione di insegnante, un mestiere cui si è dedicato per anni al Centro Sperimentale; da cinefili con cui condividere la sua profonda conoscenza del cinema intrisa di aneddoti gustosi; da aspiranti registi a cui offrire preziosi consigli sintetizzati in formule pronunciate tra il serio e il faceto: “ Il regista deve essere una palla di gomma, deve rimbalzare contro le avversità” , “ 70% carattere, 30% talento, il contrario sono guai”.

A parlare era un uomo per cui, come per tutti coloro che si sono guadagnati il pane contando solo sulle proprie forze, il lavoro è forse l’ unica cosa sacra. Un lavoro che non bisogna mai disdegnare, anche quando non è all’altezza delle proprie aspirazioni, perché la disoccupazione impoverisce moralmente e intellettualmente.

Le parole di Amelio suonavano credibili perché certificate dalla storia che aveva alle spalle. Nella sua lunga carriera è stato capace di conservare la sua integrità artistica "sporcandosi le mani" come aiuto regista per caroselli e spaghetti western o come sceneggiatore “negro” per film altrui e persino facendo il paroliere anonimo di canzoni di successo.

Un' immersione nel mestiere che, anche quando lo ha allontanato dalle sue aspirazioni, non ha mai compromesso la sua visione facendone un unicum tra i registi italiani contemporanei: un autore venuto dalle pratiche "basse" del cinema. 

Quante volte abbiamo provato un sottile disagio ad ascoltare tirate ideali, circonfuse di supponenza, da parte di artisti o uomini di cultura, contraddette nei fatti dalla loro etica professionale, dalle loro opere e dalle loro frequentazioni? Nel caso di Amelio è il contrario: i suoi giudizi, a volte sarcastici, non sono mai sprezzanti ma la coerenza tra quello che dice e quello che fa è innegabile.

Il regista ha ammesso di fronte alla platea del "Kino" una spudorata preferenza per chi ha meno mezzi e possibilità rispetto a chi è più privilegiato. Forse non era nelle sue intenzioni ma, così dicendo, ha indirettamente portato alla luce di fronte ad una platea di giovani, che si sentono tutti uguali per le passioni e gli obiettivi che li accomunano, una scomoda verità e cioè che l’appartenenza ad una classe sociale svantaggiata può rappresentare una barriera di accesso insormontabile anche in ambito artistico.

Il cinema di cui parla Amelio non è insomma quello di cui parlano i media, quello dei grandi incassi, dei red carpet, dei festival evento, degli amici di Marzullo. E’ un mestiere che richiede cultura, sacrificio, adattabilità ed un minimo d’onestà con se stessi. Un’ arte a cui approcciarsi senza mai dimenticare di amarla innanzitutto come spettatori.

Amelio questo riesce a trasmetterlo con l’amabile colloquialità, l’ ironia e la passione pedagogica di un filosofo socratico della Magna Grecia a cui sempre di più assomiglia fisicamente. Sia come regista che come insegnante di cinema o direttore del festival di Torino, indica una strada lontano dal glamour, dagli effetti speciali, dalle manipolazioni fatte usando la cultura come grimaldello per accedere a posizioni di potere. Un approccio smaliziato dietro cui si cela una fede ostinata, contadina: l’orgogliosa certezza che, con la fatica e la devozione nel coltivare la propria passione, si possano ottenere risultati, magari tardi, ma duraturi. Tutto questo a patto che si accetti di portare la croce delle proprie scelte. Come il Cireneo del Vangelo, ha sottolineato il regista nel suo intervento al "Kino", anche quando non spetterebbe a noi portarla.

Un atteggiamento diverso da quello offerto dai tanti intellettuali italiani che vogliono continuare a incarnare il ruolo di figli per tutta la vita, reiterando le rituali pratiche rivendicative, le lamentele e le richieste nei confronti di figure paterne, di volta in volta identificate con strutture di potere del  “Sistema”.

Nel caso di Amelio, che del rapporto con la figura paterna ha fatto uno dei temi centrali della sua opera, per crescere bisogna riconoscere nei propri genitori la vulnerabilità e la tenerezza dei figli: farsi padri dei propri padri. E poi prendersi quello che ci spetta come frutto del proprio lavoro, senza chiedere niente a nessuno.

Per questi motivi il regista de “Il ladro di bambini” rappresenta una figura confortante per le nuove generazioni alla ricerca di percorsi di emancipazione diversi da quelli delle generazioni precedenti. Come gli animatori de “Il Kino” o quelli di tante altre felici esperienze di condivisione culturale, partite dal recupero di spazi abbandonati, fiorite in quest’ ultimo anno. Giovani che hanno trovato coraggio di realizzare qualcosa di concreto prendendosi oneri e responsabilità, senza chiedere favori o cercare padrini, ma che devono trovare la forza di affermare lo spirito che li anima all’interno delle loro comunità fuori di esse, nel mondo senza pietà di tutti i giorni