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storie della nostra Storia

Il miglior cinema italiano visto al festival di Roma viene da film di autori sotto i quarant’anni che hanno rivolto il loro sguardo alla nostra Storia più recente. E’ una novità incoraggiante questa voglia di guardarsi alle spalle senza nostalgie e senza acrimonie, con uno sguardo lucido, clinico ma non privo di sentimento, da parte di registi che non fanno troppa differenza tra documentari e film di finzione pur di entrare in contatto con il passato prossimo che i mass media hanno spesso stravolto, strumentalizzato e mistificato.

E’ come se la generazione che ha subito la più massiccia esposizione alla manipolazione televisiva e alla disinformazione di massa dell’età contemporanea, decidesse di riscoprire come sono veramente andate le cose in Italia negli ultimi 30 anni, attraverso quei mezzi espressivi che la televisione ha più usato e umiliato: il cinema e il giornalismo documentario.

Non mi è dunque difficile accostare un film di finzione come “ La scoperta dell’alba” di Susanna Nicchiarelli a documentari come quelli di Aureliano Amadei (“Il leone di Orvieto”) e Giacomo Durzi e Giovanni Fasanella ( “SB Io lo conoscevo bene”).

Il film di Susanna Nicchiarelli parte da una premessa insolita nella nostra tradizione cinematografica, un corto circuito spazio temporale che permette alla protagonista di comunicare con se stessa bambina, per raccontare gli ultimi sussulti degli anni di piombo e le ambigue figure paterne di quei tempi. Lo fa con un approccio inedito ed un finale che segna un punto di svolta nel modo di affrontare quell’epoca. E’ un film sull’ esigenza di rivisitare il passato per scoprirne i risvolti scomodi, le ferite nascoste ma segnala anche la necessità liberatoria, una volta compiuta l’operazione, di abbandonare i cattivi maestri al loro destino e i loro vecchi discorsi al passato inglorioso e sterile a cui appartengono. Di non farsi condizionare dal riflesso di quei discorsi ideologici nel presente, facendo il gioco di quanti non vogliono far mai passare il passato per non far tramontare il loro potere.

 “Il leone di Orvieto” e “SB lo conoscevo bene”  raccontano la irresistibile ascesa di due tipici avventurieri italiani. Il primo, un sanguigno cameriere di Orvieto, il secondo, un esuberante cantante da crociera. Entrambi benedetti ai loro esordi imprenditoriali dall’incontro con uomini della mafia, entrambi favoriti e spalleggiati dai socialisti craxiani, entrambi divenuti padroni di imperi mediatici. Uno è  Giancarlo Parretti, il finanziere che arrivò ad acquistare la Metro Goldwyn Mayer, l’altro è Silvio Berlusconi.

La differenza tra i due è che Parretti, più genuinamente rozzo, meno istruito e provinciale, ha avuto la “sfortuna” di cercare terreni di conquista all’estero dove in pochi anni è stato neutralizzato dalle regole vigenti e dalle istituzioni di controllo operanti in Francia, Inghilterra, Stati Uniti. Berlusconi invece si è concentrato soprattutto sull’Italia e sappiamo come è andata.

Attraverso le testimonianze di chi lo ha conosciuto bene e sostenuto agli inizi o fino a poco tempo fa, il film di Durzi e Fasanella racconta la parabola berlusconiana con uno stile tanto più incisivo quanto più distaccato, britannico, spostando il carico di responsabilità dall’uomo a chi gli ha dato l’opportunità di arrivare a governare un Paese. Ne viene fuori un ritratto impietoso della classe dirigente italiana: cinica e sprovveduta al tempo stesso, opportunista e corrotta in egual misura; capace di consegnare il Paese ad uno spregiudicato avventuriero, alla caduta del muro, pur di arrestare il corso della Storia e non perdere i privilegi acquisiti. Anche qui per riproporre ad libitum un passato che non passa. Una situazione artificiale di contrapposizione che garantiva i rispettivi status quo a destra come a sinistra.

Rintracciare la vera Storia del nostro Paese, superando il profluvio di chiacchiere e manipolazioni inflitteci dai media in questi ultimi anni, è un compito di cui solo un immaginario narrativo si può fare carico, che esso assuma le forme di un documentario o di un film di finzione poco importa. L’importante è che contribuisca a far sì che l’incantesimo si spezzi, la coazione a ripetere si interrompa, il tempo ricominci a scorrere e, come avviene nel finale del film della Nicchiarelli, il sole nascente possa ritornare ad indicare timidamente un avvenire.