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Cinema italiano, cattive nuove? Buone nuove.

Dopo un anno di incassi deprimenti la settimana di natale per il cinema italiano è stata la mazzata finale: 25 % di incassi in meno rispetto all’anno precedente. Gli operatori del settore hanno lanciato il caratteristico grido d’allarme che consiste, da una parte nel dare la colpa a qualcun altro, dall’altra nel chiedere aiuti allo Stato.

Ma proviamo a ribaltare il punto di vista sulla questione. Siamo sicuri che queste cattive notizie non nascondano, a guardarle in maniera più attenta, obliqua e provocatoria, delle buone notizie?

1)  La maggior parte dei film commerciali pensati per il Natale hanno avuto incassi inferiori alle aspettative. Bene, non mi sembra una cattiva notizia se la riferiamo a film come “I 2 soliti idioti”, “ Tutto, tutto, niente, niente”, “Colpi di fulmine”. Una volgare accozzaglia di sketch televisivi messi insieme col solo intento di  acchiappare il pubblico nel primo week end  e farlo assuefare al consumo di un prodotto sempre più facile e ripetitivo. E’ vero che il cinema ha sempre riciclato comici popolari presi dall’avanspettacolo, la radio e la tv, ma quando questo è stato fatto con sapienza, inserendoli in contesti reali, trovandogli una storia e dei veri personaggi da interpretare, è stato un bene per il cinema come dimostrano i film di Totò, Sordi, Troisi e Verdone.

Che la metà del pubblico atteso in sala abbia disertato questi spettacoli di desolante pochezza, è decisamente una buona notizia. O li ha disdegnati con il fiuto infallibile del segugio a cui il padrone vuole rifilare i croccantini di marca inferiore o ha saggiamente valutato che non meritavano la visione sul grande schermo e se li è scaricati via internet.

2) La pirateria on line si è mangiata gli incassi di molti film. Ottima notizia. Significa che c’è ancora chi vuole vedere film italiani, magari a casa, magari in treno, magari al bar. Basta dargliene l’opportunità. I distributori devono aprire nuovi canali distributivi, svecchiare le modalità di fruizione, che risalgono a cento anni fa, per rendere possibile la visione dei film più diversi nelle modalità più varie e accessibili.

La pirateria indica soprattutto un fallimento del mercato distributivo, l’incapacità a fare fronte in termini moderni alle esigenze di consumo del pubblico. Date al pubblico quello che vuole, come lo vuole e verrà. Qualche mese fa la corporazione degli esercenti  delle sale (vuote) si è rivoltata come un sol uomo alla notizia che film di prima visione venivano proiettati sui treni Italo. Il loro immobilismo geologico affossa gli sviluppi dell’industria cinematografica.

3) Gli incassi attuali rischiano di non coprire più le spese di produzione di molti film italiani. Benissimo. Era ora che i costi di produzione si abbassassero per diventare reali. Produrre un film oggi con le nuove tecnologie digitali può costare la metà che in passato. E’ ora che certi bilanci di film, gonfiati da spese inutili che foraggiano rendite di posizione anacronistiche, vengano spazzati via. E’ ora di accorgersi di quanti prodotti qualitativamente competitivi possano essere realizzati senza passare per le pratiche produttive tradizionali i cui costi non si giustificano se non in nome di logiche spartitorie parassitarie.

4) Gli attori italiani più popolari che portavano la gente al cinema non  sono più capaci di farlo. Bellissima notizia. Ci sono tanti attori pompati dai media, dai cachet esorbitanti, che non sono mai valsi il prezzo del biglietto. E’ un bene che vengano ridimensionati. Ce ne sono altri, di notevoli capacità, che si sono da qualche tempo adagiati in opere ben confezionate ma anonime, fino a costituire un’ unica compagnia di giro di soliti nomi che, combinati dai loro agenti in ruoli interscambiabili, formano i cast del 80% dei film italiani.

La crisi degli incassi darà a questi interpreti di talento la possibilità di rimettersi in gioco in operazioni più rischiose, di fare mosse più azzardate, ragionamenti più d’avanguardia che di conservazione dello status, per tornare a sorprendere davvero un pubblico che ormai li dà per scontati come i pastori del presepe.

5) Il cinema cosiddetto d’autore non incassa più. Anche questa è una buona notizia se la riferiamo a quei sedicenti autori non più a contatto con il mondo che li circonda, di vati che non si curano del pubblico, di gente che non guarda aldilà di Roma Prati e pretende di fare film dai budget milionari che contino solo sull’asfittico mercato italiano.

Incapaci di farsi interpreti dei sentimenti dei nostri tempi, semplicemente perché non li vivono, sfornano melodrammi borghesi “divani & divani”, bonarie commedie agrodolci digestive o apologhi sociali che trattano gli emarginati d’ogni risma, i disgraziati d’ogni colore, col benevolo paternalismo dei benestanti illuminati.

Il precipizio degli incassi di questo cinema d’autore, composto di vecchie e nuove leve, può dare maggior spazio a quei giovani registi italiani che molto faticosamente sono emersi in queste ultime stagioni in giro per i festival del mondo. Filmmaker che, vivendo sulla loro pelle tutta la precarietà dei nostri tempi, la sanno rappresentare con storie fresche, avvincenti, capaci di essere apprezzate anche all’estero.

6) Il circuito delle sale d'essai è alla canna del gas. Bene, magari è un’occasione per rinnovarlo e ridefinirne i compiti e l’identità prima che sia troppo tardi.

In un mondo in cui i contenuti audiovisivi di qualità si possono vedere in ogni momento su qualsiasi dispositivo, l’ unico modo per ridare un senso alla sala è farne il terminale di un evento cinematografico da non perdere, come già avviene per i blockbuster delle major, o rendere l’andata al cinema un’esperienza culturale e sociale significativa di cui il film costituisca il pretesto. Le sale d’essai dovrebbero muoversi in questa direzione guardando ad esempi d’Oltralpe, riportando anche tutto il cinema classico sul grande schermo e facendo del luogo cinema un punto di incontro per attività culturali e sociali collaterali, un centro di condivisione della passione cinematografica capace di trasmettere un senso di appartenenza a chi lo frequenta.

7) I fondi statali non bastano più a supportare il cinema. Anche questa potrebbe essere un’ ottima notizia, uno stimolo per rifondare finalmente il sistema dei sostegni pubblici. Attualmente le commissioni preposte a decidere sui finanziamenti riproducono in buona parte la platea del programma televisivo di cinema di Gigi Marzullo. Non ci possiamo aspettare molto. Soprattutto se tali commissioni applicano logiche e meccanismi che da un lato distribuiscono minicontributi a pioggia ad una miriade di piccoli progetti d’esordienti, dall’altra erogano finanziamenti significativi a registi come Muccino, Sorrentino e Virzì, autori ampiamente ripagati dall’attenzione del mercato che hanno avuto il merito di conquistarsi. Un fatto che dovrebbe permettergli di fare a meno dei soldi pubblici.

Il cinema è una risorsa economica importante che, in termini fiscali e di indotto, apporta benefici concreti all’economia del Paese ed è soprattutto uno dei cardini della tradizione culturale italiana. Come avviene in tutti i Paesi Europei, va sostenuto e promosso attraverso un sistema di sussidi e finanziamenti. Ma che questo sia al passo coi tempi, non un rimasuglio clientelare inutile, uno sterile spreco di risorse come è in parte adesso.

E’ ora che la categoria degli autori esca dalla trincea corporativa per affrontare questi nodi. Non tutti i sussidi che ci sono adesso, anche se favoriscono una parte di loro, sono giustificabili e compatibili con la situazione attuale, non tutte le forme di sostegno sono capaci di innescare processi virtuosi d’aiuto a tutti quelli che vogliono fare film in italia oggi.

Poche volte nella storia del nostro cinema, abbiamo avuto una tale messe di professionisti eccellenti, registi attenti e creativi, produttori intraprendenti e comp
etenti, attori e attrici dotati, come li abbiamo adesso.

Il sistema attuale non permette di valorizzarli in un contesto che è sempre piu’ globalizzato e competitivo. Che crollino i pezzi di un apparato industriale obsoleto, baluardo di vecchi privilegi che non trovano più giustificazione nell’era dello spettacolo multipiattaforma, è solo che un bene. Per chi vuol continuare a vedere e fare cinema nel ventunesimo secolo è il momento di investire sulle nuove possibilità piuttosto che restare attaccati al relitto di un sistema che non funziona più.