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Basta soldi per il cinema senza una riforma di sistema.

Un appello circola da un paio di settimane in rete e sui giornali. Ha toni apocalittici e ultimativi. E inizia con una frase che suona come una prognosi infausta: “il cinema si ferma”. “La riduzione di oltre 20 milioni delle risorse pubbliche disponibili per l’intera filiera annuncia l’inevitabile blocco di tutte le attività…” recita l’appello firmato dalle maggiori associazioni del settore. Quello che chiedono i firmatari è il reintegro immediato di questi soldi, pena il blocco dell’intero comparto. In pratica i rappresentanti del mondo del cinema affermano che senza soldi dello Stato l’industria cinematografica muore. Cioè ammettono che il settore è un sistema la cui vita dipende totalmente dall’assistenza pubblica. Se fosse vero, sarebbe un quadro deprimente per una forma di spettacolo che, per sua natura, dovrebbe essere principalmente finanziata dal favore del pubblico pagante. Questo appello è indubbiamente fondato perché è vero che da anni a rimetterci, quando si tratta di tagli alla spesa pubblica, è sempre il settore culturale che dovrebbe essere la punta di diamante del rilancio economico del Paese. Ma lo stallo del sistema non è dovuto tanto alla diminuzione dei finanziamenti, che se si considerano anche i contributi indiretti come il tax credit non sono diminuiti rispetto al 2008, l’anno in cui toccarono i 70 milioni, piuttosto alla loro cattiva utilizzazione e alla carenza di regole che inneschino dei meccanismi virtuosi nell’industria. I numeri della crisi che si ricavano dall’ultimo rapporto dell’Anica sono impietosi per quanto riguarda gli incassi in sala dei film italiani (- 34% di incassi in un anno) ma segnalano anche che le uniche innovazioni adottate in anni di immobilismo, come il tax credit, si sono dimostrate alla prova dei fatti fruttuose.  Un’ analisi accurata di questo rapporto dovrebbe far scaturire delle proposte per avviare un nuovo modo di concepire un ecosistema pubblico e privato per l’audiovisivo al passo con i tempi. Quello che manca, come spesso avviene in Italia, è una visione di sistema. Attualmente la filiera cinematografica è spezzata in tanti tronconi sconnessi. Il sistema è parcellizzato in tante realtà particolari, tante monadi scoordinate, spesso con interessi contrastanti, che hanno come unico obiettivo la mera sopravvivenza individuale. Vengono destinati soldi pubblici a produrre film che non hanno un circuito distributivo che possa valorizzarli. E’ come finanziare la produzione di auto in un Paese senza strade. Il pubblico che predillige un certo cinema d’autore è composto in gran parte da persone mature e anziane, le sale sono in maggioranza fatte per la grande massa di giovani che apprezza tutt’altro genere. Dal rapporto dell’Anica si evince che la rete ammiraglia della Rai, il più importante finanziatore di cinema del Paese, è quella che trasmette anche il minor numero di film italiani tra tutte le televisioni nazionali. Questo panorama disgregato ha bisogno innanzitutto di una visione che lo riorganizzi. Immettervi risorse senza prima aver dato una logica di sistema agli interventi sarebbe un ulteriore spreco addirittura controproducente in quanto manterrebbe artificialmente in vita realtà improduttive che sono da intralcio allo sviluppo, che tendono a soffocare le nuove leve. Il fondamento morale di ogni intervento pubblico dovrebbe essere il beneficio che ne deriva in ultima istanza alla collettività, non al singolo che lo richiede o alla categoria che lo implora. Per questo motivo ogni aiuto al singolo film, alla singola manifestazione o iniziativa, dovrebbe essere dato solo se di beneficio all’intero comparto. Bisognerebbe evitare di finanziare, con pochi soldi a tanti come avviene adesso, esperienze fini a se stesse che non trovano sbocco e non fanno circuito e, al contrario, condizionare l’erogazione di ogni contributo ad operazioni capaci di fare sistema. In questa prospettiva è determinante per qualsiasi riforma prendere in considerazione la rete, il più importante mezzo di diffusione dei contenuti audiovisivi, che, per definizione, è un universo in cui la connessione, lo scambio e la circolazione di idee e contenuti genera nuova ricchezza. Perché non prevedere da subito incentivi fiscali e prestiti consistenti a piattaforme di produzione e distribuzione on line? Perché non premiare con dei contributi o delle agevolazioni delle joint venture tra distribuzioni tradizionali, piattaforme in rete e circuiti di sale? Perché non aiutare con il sostegno pubblico solo quei festival che si propongono, non come vetrine effimere che giovano all’immagine degli amministratori locali, ma piuttosto come catalizzatori di progetti produttivi e distributori permanenti di cinema sul territorio, di concerto con il circuito dei cineclub, recentemente risorto a nuova vita? Il cinema è destinato a languire in un orizzonte sempre più autoreferenziale, commercialmente depresso e artisticamente modesto, se i soldi dello Stato continuano ad essere elargiti come sono oggi, in maniera indifferenziata e, qualche volta, clientelare e ingiustificata a realtà deficitarie, progetti che non hanno più senso nel mondo contemporaneo, rendite di posizione sterili. L’intero settore muore se chi ci lavora, in un sussulto di dignità, non elabora una strategia di sistema lungimirante che ha il coraggio di privilegiare soluzioni nuove, premiare le iniziative capaci di innescarne altre esplorando terreni inediti per generare risorse, avendo il coraggio di abbandonare ciò che è improduttivo e fine a se stesso. In una concezione di intervento pubblico in cui lo Stato non sia visto solo come dispensatore di prebende ma come propugnatore e garante di norme che stimolino e indirizzino le scelte dell’industria, permettendo alle realtà più virtuose di camminare con le proprie gambe. Buttando alle ortiche in modo definitivo vetuste contrapposizioni da guerra fredda come il binomio cinema commerciale-cinema indipendente: una visione asfittica, di comodo, alla cui ombra si sono pasciuti mestieranti protervi, registi “internazionali” che non chiudono un budget senza i soldi dei contribuenti italiani, produttori che in assenza di incassi danno la colpa al pubblico e sfiatati autori giovani assistiti come pensionati dalle casse dello Stato. La pirateria, oltre che ad essere una pratica fuorilegge che va combattuta, è soprattutto un sintomo del fallimento del mercato dell’audiovisivo, del mancato incontro tra l’offerta e la domanda, ma è anche, non nel suo aspetto illegale, bensì nei suoi effetti distributivi, una precognizione del mondo futuro, dove l’accesso al prodotto sarà generalizzato, istantaneo e multiforme. Come si prepara il cinema italiano a questo imminente scenario? Con i reintegri? Col continuare a pompare risorse ad un sistema distributivo colabrodo a causa del quale si accentua di giorno il giorno il divario tra gli spettatori e i realizzatori dei film? I primi sommersi da un’offerta audiovisiva crescente che li bersaglia da ogni tipo di dispositivo spesso senza avere strumenti per operare delle scelte, i secondi arroccati a lagnosa difesa di un apparato che gli garantisce il sostentamento ma che non gli offre l'opporunità di entrare in contatto con un pubblico reale. Nel momento in cui la platea del cinema è sempre di più, grazie alla rete, il mondo intero, pensare a salvaguardare delle rendite di posizione locali ed evitare una visione di sistema può voler dire affossare l’industria culturale di un intero Paese.