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Questo nostro cinema

Sessant’anni fa  questo reportage dell’ Istituto Luce  http://youtu.be/fssMTwZYh0g , intitolato orgogliosamente “ Questo nostro cinema”, fotografava il cinema italiano alla vigilia della sua stagione d’oro. Un contesto creativo dove convivevano film d’autore e film commerciali, i generi più disparati erano praticati, le coproduzioni erano all’ordine del giorno e l’apertura ai mercati internazionali era vista come uno sbocco naturale. Un cinema altamente diversificato, popolare e aperto, senza pregiudizi, ad ogni genere d’influenze e apporti esterni.

Dopo sessant’anni le condizioni sono totalmente mutate. Eppure, grazie all’avvento della rete come distributore globale, alla crescita d’importanza dei mercati internazionali, dopo il collasso del mercato home video, forse è il caso di chiedersi se un cinema come quello non sia di nuovo auspicabile.

Siamo sicuri che sia impossibile ritornare ad immaginare qui in Italia di realizzare prodotti audiovisivi che soddisfino le esigenze più diverse in un contesto internazionale? Siamo sicuri che non sia il caso di pensare fuori dell’asfittica dicotomia nazionale cinema d’autore-commedia locale?

Non sarebbe il caso, vista la tradizione cosmopolita del nostro cinema, che negli anni sessanta era il più esportato al mondo, di ripensare a cosa produrre oggi guardando più in là del meschino panorama nazionale?

O qualcuno ci ha convinto, magari per contrabbandare le sue proposte come l’unica forma di produzione possibile, che in Italia i film di genere, i film per ragazzi, i film d’ animazione non li sappiamo fare?

La storia del cinema ci insegna tutt’altro. Ed è sempre stata una caratteristica degli artisti italiani, in tutti i campi, quella di essere aperti a stimoli ed influenze di altre culture per saperle poi rielaborare in un prodotto originale, unico e universalmente apprezzato.

Con l’avvento della rete come principale distributore dell’ audiovisivo, anche se continueremo a vedere i film in sala e sugli schermi domestici, il mercato potenziale di ogni nazione è diventato il mondo. Da conquistare o da cui venir colonizzati. In questa situazione, la produzione di cinema italiano attuale, con autori nostrani coltivati come orchidee di serra da mettere all’occhiello nelle occasioni importanti ma senza più mercato e commedie basate su stereotipi locali, non è messa bene. Tanto più che questo tipo di produzione da qualche tempo non ha gli stessi riscontri al botteghino di una volta, con perdite secche di incassi del 30% in due anni.

Se a questo assommiamo la fine del mercato home video e l’assottigliarsi dei budget per gli acquisti tv, capiamo che c’è solo una strada da percorrere per il cinema italiano di una certa ambizione che si vuole davvero confrontare con il pubblico e non sopravvivere di assistenzialismo:  il mercato internazionale, la diffusione mondiale.

Il sistema legislativo e finanziario che ha retto il cinema italiano fino ad oggi, e che pure negli scorsi anni ha avuto i suoi meriti facendo incassi importanti e contribuendo ad elevare la professionalità specifica degli operatori del settore, deve rinnovarsi per poter generare un nuovo tipo di produzione adatta ad i tempi che corrono. Più vicina a quella che si faceva  sessant’anni fa.

Un tipo di produzione senza pregiudizi ideologici verso i generi che guardi al mondo e che coltivi un cinema d’autore di grandi ambizioni e respiro, come era quello di Bertolucci un tempo o di un Sorrentino oggi. Un cinema in cui si possa concepire di nuovo un regista italiano che opera in un contesto internazionale.  Il che non significa smettere di parlare del nostro Paese. Chi paventa nell’apertura al pubblico del mondo, una perdita d’identità del nostro cinema dimostra una certa ignoranza. Il cinema italiano più importante, da Cabiria a De Sica, da Fellini a Sergio Leone è stato baciato dal successo internazionale pur restando profondamente italiano.

Per far questo bisogna rimettere mano alle disposizioni di legge aprendo a nuovi soggetti, a nuovi modi concepire film e produrli. L’intervento pubblico non può continuare ad essere una forma di assistenza previdenziale, di welfare, per autori decotti a scapito di giovani generazioni e di nuovi modo di concepire delle storie per il cinema. In un momento di crisi economica e sofferenza sociale, qualsiasi investimento pubblico che non favorisca autori e film innovativi, capaci di attrarre spettatori, è assistenzialismo amorale.

In questo rinnovamento auspicabile della produzione il ruolo della Rai ha una grande importanza. Non esistono solo Bellocchio, Moretti o i loro stanchi epigoni da considerare. Negli ultimi mesi alcune iniziative della Rai, volte a finanziare lungometraggi a basso costo per il web (http://www.raicinema.rai.it/dl/RaiCinema/site/Contenuti/rcc/ContentItem-81275bcf-2ef3-4c99-8471-6c8447585d01.html), sembrano, anche se ancora timidamente, annunciare un’attenzione della tv pubblica per l’innovazione produttiva.

Ma esistono questi nuovi talenti capaci di fare un cinema esportabile a livello internazionale?

Da anni sono attento al magmatico universo degli aspiranti filmmaker che fanno corti, video, documentari e, recentemente, webseries. Posso dire per esperienza diretta che, accanto ad una marea di prodotti velleitari e inconsistenti (la maggior parte), ci sono ogni anno delle opere interessanti frutto di personalità creative che possono invidiare ai loro coetanei stranieri solo la facilità con cui questi ultimi attingono a mezzi e risorse, pubbliche e private, nei loro rispettivi Paesi.

Come ultimo esempio citerei il caso di Enrico Maria Artale, un allievo del centro sperimentale che dopo un corto folgorante ( “Il respiro dell’arco”), premiato con il Nastro d’argento, sarà al prossimo festival di Venezia con il lungometraggio d’esordio (“Il terzo tempo”) prodotto da Aurelio De Laurentiis.

La via italiana al cinema di genere, come al cinema d’autore di respiro internazionale, o al cinema per ragazzi, esiste.  Basta volerla, e pretendere un sistema legislativo e produttivo che la incoraggi.

Come pure ampio margine ci sarebbe per produrre un cinema realizzato dagli immigrati o dalla prima generazione di autori italiani figli di immigrati. Quanta ricchezza di visione sarebbero capaci di portare i giovani provenienti da altre culture al nostro cinema? Chi prende in considerazione questa riserva di creatività inespressa?  Anche per arginare i film sugli immigrati fatti da registi italiani, dalla “spiccata sensibilità sociale”, con intenti caritatevoli e paternalisti: un cinema della solidarietà stucchevole, falso e fallimentare al botteghino.

Esistono tanti modi per produrre storie per il mondo contemporaneo, l’importante è togliersi le bende dagli occhi e capire che il digitale, la rete, la globalizzazione, sono una grande opportunità per  stimolare nuove visioni e uscire dal tunnel di un cinema provinciale senza futuro che meno ha riscontro di pubblico, più si trincera in un circolo vizioso di scambi di favori tra pochi e ricerca di protezione politica.

Per un popolo che ha fatto dell’intraprendenza, la creatività, la capacità di adattarsi a qualsiasi latitudine, l’inventiva produttiva e la spregiudicatezza, le sue caratteristiche principali, il contesto che si delinea nel prossimo futuro potrebbe essere favorevole.

A patto che il sistema normativo e industriale incoraggi questo cambiamento, senza ostacolarlo per difendere vecchi privilegi o rendite di posizione, affinché il cinema italiano, troppo spesso sulla bocca di chi ha una visione del bene comune meschina quanto i propri interessi, possa davvero tornare ad essere  “questo nostro cinema”.