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La rivoluzione non aspetta ma non prevede anticamera.

C’è una scena del film “Her” di Spike Jonze in cui il protagonista ha una rivelazione sconcertante. Il sistema operativo con cui sta avendo un rapporto sentimentale, nello stesso istante in cui si confida con lui, sta facendo la stessa cosa con 8316 persone.

Per la prima volta nella storia dell’umanità ci confrontiamo ogni giorno, senza accorgercene, a livello personale, con sistemi informatici che operano con numeri, dimensioni, velocità per noi inconcepibili.

Sapete quante sono le categorie in cui il colosso della distribuzione on line Netflix ha classificato ogni film o serie tv esistente? 76897.

76897 modi per definire i contenuti della galassia dello spettacolo audiovisivo, che vanno da “film inglesi scifi degli anni sessanta ambientati in Europa” a  “film su perdenti ad alto tasso emotivo acclamati dalla critica”, da “ film stranieri a lieto fine per inguaribili romantici” a “film horror di culto su ragazzi malefici”.

A differenza dei sistemi in voga che raccomandano i prodotti in base alle scelte precedenti degli utenti o li classificano in base ai loro rating di gradimento, Netflix ha affidato ad un team di appassionati il compito  di taggare ogni  film e serie in circolazione con degli attributi specifici rilevanti e ha incrociato le categorie così ottenute con ogni genere di informazione derivata dal comportamento degli abbonati puntualmente registrato e interpretato.

Molti critici hanno hanno storto la bocca agitando il solito spauracchio del Grande Fratello.           .  

Ma questa mappatura così precisa dell’offerta e della domanda , quando si è trattato di produrre programmi originali, ha sviluppato prodotti come “House of Cards” e “Orange is the new black”,  due serie tv per molti versi audaci e innovative.

Questo perché, al contrario di quanto credono molti intellettuali della vecchia guardia, la tecnologia che permette di conoscere sempre più accuratamente i gusti e le passioni individuali del pubblico è creativamente liberatoria e fonte di pluralismo.

È l’avverarsi pieno e consapevole della teoria della coda lunga di Chris Anderson. Grazie all’abbattimento dei costi di stoccaggio e distribuzione, dovuti alla smaterializzazione dei prodotti e alla possibilità della rete di raggiungere qualsiasi consumatore del mondo in tempo reale, è diventato lucrativo produrre quello che una volta erano i prodotti di nicchia.

Siamo entrati nell’epoca della nicchia di massa.

È iniziato il declino del gusto medio: la bussola che orientava le scelte produttive della società che ci stiamo lasciando alle spalle. L’unica opzione che permettesse di ambire ad ottenere introiti consistenti. Ma il gusto medio, “quello che il pubblico vuole”, è stata anche una mistificazione imposta dall’alto, un modo di condizionare e manipolare i consumatori. Una maniera comoda, per chi sapeva produrre solo un certo tipo di prodotti di massa, di garantirsi un ruolo a tempo indeterminato.

Ma che cosa significa questo cambiamento se lo osserviamo dalla parte degli autori?

Prendiamo le fiction televisive, contenuti ad alto budget pensati per fare grandi numeri.

In un’ economia della coda lunga, l'autore di grandi serie tv  non ha più obbligo di assoggettarsi ad un presunto gusto di massa, ad un minimo comune denominatore capace di massimizzare i profitti.

Questo dà diritto di cittadinanza alle realizzazioni di opere più originali, particolari, uniche.

Questo dà spazio all’immaginazione e al talento di singole voci, come se si trattasse di letteratura.

Lo abbiamo visto ultimamente con il successo di “True Detective”, serie prodotta e scritta interamente da un singolo autore, ma questo fenomeno era stato annunciato, da almeno un decennio, dalle altre serie tv di culto che, sebbene scritte da staff di sceneggiatori, avevano l' impronta personale di un singolo creatore.

Più la visione è personale, unica, originale, maggiori sono le possibilità che possa diventare un successo mondiale. A patto che il mestiere, la tecnica e la sensibilità dell’autore  sappiano far risuonare temi di interesse universale nella realtà specifica che rappresentano.

Il mondo si muove in questa direzione e in Italia?

A livello televisivo siamo ancora legati all’auditel, un sistema di rivelazione arcaico, primitivo, gestito peraltro dagli stessi soggetti i cui prodotti sono oggetto delle rilevazioni.

Un totem pseudoscientifico per tutelare lo status quo di un sistema radiotelevisivo che fa fatica a stare al passo coi tempi.

Nella produzione di contenuti narrativi siamo ancora sotto l’influsso della tv commerciale di massa che è esattamente il contrario della coda lunga.

Ma non è solo un problema di arretratezza industriale, dietro questo c’è una visione culturale radicata nella storia del nostro Paese.

Una concezione controriformista propensa a esercitare una tutela sui consumi culturali del popolo. Incline a controllare, anche con fini squisitamente pedagogici, “a fin di bene”, la diffusione dell’ arte, dell’intrattenimento, della cultura tra i cittadini.

La produzione culturale italiana ha questa ascendenza. Per secoli è stata prodotta da un ceto intellettuale contiguo al potere, che mediava tra questo e i potenziali consumatori per offrire al volgo quello che poteva e doveva capire.

Una produzione culturale spesso di altissimo livello ma inevitabilmente legata ad una corte, ad un principe, al favore di un' elite dominante verso cui suscitare il consenso.

Quando questo è avvenuto in un contesto di crescita economica eccezionale e di competizione tra numerosi centri di potere e diffusione culturale autonomi abbiamo avuto il Rinascimento. Nell’ asfittico contesto attuale ci restano dei guizzi episodici, delle iniziative eroiche, in un panorama desolante di conformismo e povertà di idee e di mezzi.

Il mondo delle serie tv del mondo occidentale che tanto ammiriamo viene dall’epoca d’oro del feuilleton, dei romanzi a puntate sui grandi giornali di massa da cui sono usciti Balzac, Dickens, Flaubert.

Un modo di produzione che vedeva nel confronto diretto, senza mediazione, con la massa dei lettori la sfida inevitabile per consacrare la fortuna commerciale delle opere. Un sistema che considerava il pubblico il giudice ultimo del proprio operato e il libero mercato il banco di prova supremo.

Un modello che nel nostro Paese è arrivato in ritardo ed è stato digerito a fatica e, come tutti i fenomeni di democrazia, ha subito condizionamenti da parte delle elite culturali e del potere politico.

L’unico momento di contatto senza filtri tra creatori e pubblico, di autentica produzione culturale popolare è stato il grande cinema italiano, dal dopoguerra agli anni settanta.

Riuscirà l'apparato televisivo odierno a rinnovarsi in tempi brevi? Dovrà certamente farlo se vorrà sopravvivere.

Una consapevolezza di questo già c’è nel broadcaster pubblico ma , senza investimenti ingenti e sistematici, tutto resta affidato ad iniziative lodevoli che però danno la sensazione di essere fatte più per smentire che non si sta facendo nulla che per avviare un reale processo di rinnovamento.

Un’ importante spinta all’innovazione è venuta da Sky, che, non a caso, è una piattaforma che vede nel rapporto diretto con gli abbonati, la principale fonte di guadagno. Ma può bastare una sola , seppur significativa esperienza, a mettere la produzione di fiction italiana al passo con gli altri Paesi occidentali?

Molti autori italiani non ne possono più di aspettare nel salone degli arazzi il bacio dell'anello. Di conformarsi a stili obsoleti, direttive familiste, pseudomorali paternaliste e poi tornare a casa e guardare, rappresentato da un regista texano o da uno sceneggiatore svedese, quello che sentono dentro.

Che cosa fare quand
o i tradizionali canali distributivi sono sclerotici e indifferenti?

Forse l’unica soluzione è assumere in pieno la rivoluzione digitale, il trionfo della rete, l’affermazione della coda lunga in tutte le sue implicazioni, anche quelle più scomode, e tentare di fare con i mezzi a disposizione qualcosa che rappresenti quello che viviamo, subito, ora.