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“Gomorra”, una serie che sfida l’ intera industria della fiction.

La scorsa settimana si è conclusa, su Sky Atlantic, ” Gomorra” la serie, la prima produzione italiana a non avere nulla da invidiare alle più celebrate narrazioni seriali d’oltreoceano. Nella storia delle produzione cinematografica e televisiva ci sono delle opere spartiacque che alzano l’asticella, è il caso della serie prodotta da Sky e Cattleya ispirata all’universo di Roberto Saviano.

Perché Gomorra è così speciale? Si è parlato di altissimi valori di produzione, spregiudicatezza, respiro epico della narrazione. Tutto vero, ma queste cose non sono che la conseguenza di un approccio culturale nuovo per la fiction italiana, già avviato da Sky per le sue precedenti serie, ma mai approdato ad un risultato così compiuto. Un approccio che esalta e non limita l’aspetto artistico. Un modo di produrre fiction simile al grande cinema, perchè mirato allo stesso salutare obiettivo: realizzare un prodotto che conquisti gli spettatori di tutto il mondo. In questo caso infatti, a differenza della tv commerciale tradizionale, non si tratta di vendere il pubblico agli inserzionisti quanto piuttosto di vendere un prodotto al pubblico. E’ una piccola rivoluzione copernicana, un cambio di paradigma, avvenuto da quasi un decennio altrove, ma che per l’Italia è una novità dirompente.

La rottura del monopolio della tv lineare di ispirazione commerciale modifica radicalmente il modo di concepire e produrre i contenuti narrativi.  Come dimostrano le serie prodotte da Hbo o Netflix, aziende che gratificano gli spettatori perchè contano sul loro abbonamento, il modo di distribuire il prodotto cambia anche le modalità espressive permettendo l’affermarsi di voci autoriali originali, punti di vista anticonformisti e strutture narrative libere dalle convenzioni di una volta. La narrativa televisiva assume sempre di più le caratteristiche un tempo riservate alla letteratura, proponendoci un universo diversificato di narrazioni romanzesche costruite attorno a personaggi che la serialità ci permette di abbracciare in tutta la loro complessità. L’Italia, pur partendo per ultima, ha tutte le carte in regola per poter giocare un ruolo da protagonista in questo settore. Il nostro Paese gode infatti di professionalità specifiche d’eccellenza di derivazione cinematografica e di un background di nuove leve di scrittori e registi di grande preparazione la cui condizione di precari, esposti alle intemperie della società italiana attuale, ha allontanato da solipsismi e ideologie da salotto mantenendoli più liberi, solidali e a contatto con la realtà quotidiana. Si tratta di una generazione di autori al corrente delle più sofisticate teorie di narratologia ma con i piedi ben piantati per terra, capaci di riconoscere nella cronaca quanto nell’inchiesta sul territorio, come i neorealisti di una volta, una fonte imprescindibile di ispirazione. Gente a cui la crisi ha fatto riprendere l’autobus, come auspicava Zavattini, e che riconosce nella condivisione e nello scambio culturale dei valori fondanti dell’ attività artistica. Quello che manca nel nostro Paese , per adesso, sono gli investimenti dei grandi broadcaster in questa direzione innovativa di narrazione seriale.  La Rai non può trincerarsi dietro i grandi ascolti dei suoi prodotti tradizionali e, se è vero che ha avviato ultimamente interessanti esperimenti di nuovi formati pescando dagli autori sul web, questo non basta. Ci vuole un grande piano editoriale che privilegi il pubblico di domani o almeno quello dai 40 anni in giù!  Riguardo a Mediaset, il modello poliziottesco steadicam e urla abbinato ai melodrammi cripto gay non può reggere le sfide del futuro. La tv commerciale, che ha forgiato il modo di produzione ora messo in discussione dalle innovazioni strutturali dell’intera industria audiovisiva, per rinnovarsi deve emanciparsi dal suo Dna, dai condizionamenti della sua principale fonte di ricavi, la pubblicità di massa.

Sebbene il nuovo modo di produzione non escluda il prezioso apporto di risorse pubblicitarie, è certamente orientato più a generare ricavi dall’ adesione degli spettatori che dalla vendita degli spazi. Per questo motivo è  più indipendente dai diktat della pubblicità di massa, dalla sua morale familistica e dal suo costante richiamo ad un mondo roseo avulso da contrasti violenti. La moralità perbenista della tv tradizionale, impostasi anche nei mass media più apparentemente progressisti con il trionfo del politically correct, è un portato della filosofia pubblicitaria che vede in ogni confltto ansiogeno, in ogni crudezza reale un disturbo alla condizione, passiva e letargica, che massimizza i consumi.  Questa mentalità  pubblicitaria ha condizionato la produzione artistica dei contenuti in Italia per almeno vent’anni, abbassando la qualità della nostra tv e del nostro cinema. Secondo questa pseudomorale, infausto connubio tra visione edulcorata del mondo della  tv commerciale e ideologia bacchettona di sinistra, “Gomorra la serie” correva il rischio di essere un contenuto diseducativo capace di esaltare i criminali e mettere in cattiva luce il quartiere dove è stata girata. Una volta tramessa, chiunque ha potuto constatare che la serie è esattamente il contrario. Nemmeno il libro di Saviano ci aveva descritto con tanta efficacia che vita orrenda, angosciosa e senza speranza fanno i camorristi e come meritano tutto il nostro rispetto e la nostra solidarietà gli abitanti di Scampia, vittime del Sistema.

Insomma “Gomorra”  ha dimostrato che anche da noi un nuovo sistema di produzione audiovisiva è possibile. Ma non si tratta solo di saper scegliere talenti e storie. Bisogna fare un salto culturale che rimetta al centro, da una parte i creatori delle opere (produttori, autori, registi), dall’altra il pubblico, liberando da condizionamenti nefasti, provenienti dalle esigenze della pubblicità di massa e dalla propaganda politica,  il rapporto reciproco di dono e scambio che ci deve essere tra spettatori e realizzatori di storie. E’ questa infatti la premessa necessaria per ogni produzione di valore e di successo. Se questo tipo di approccio culturale venisse seguito con determinazione dagli altri player del sistema televisivo italiano, potrebbe far ripartire l’intera industria della fiction e portarla ad un successo globale come il grande cinema italiano di una volta, l’unica forma di narrazione popolare che la nostra storia ha conosciuto.